16 luglio 2008

Forse non tutti sanno che...

Esiste un comitato nazionale di liberazione spiagge italiane, di cui Celso è fervente attivista.



Il comitato si propone di combattere, in modo pacifico, ma molto fastidioso, il sovraffollamento delle spiagge italiane.



In questa foto dimostrativa vediamo l'artista intento nella manomissione di una stuoietta da spiaggia.


In seguito le stuoiette manomesse vengono ri-confezionate e restituite di nascosto ai padroni.




Le attività del Comitato di liberazione spiagge italiane sono molteplici; dalla manomissione stuoiette da spiaggia alla sistematica rottura fermagli reggiseni.


Alcune flange più estreme arrivano alla modifica della taglia dei costumi da bagno ed a manifestazioni in spiaggia con centinaia di cani, ma non è questo il caso dell'artista.


Come si noterà dalla foto Celso ultimamente è particolarmente deperito, malaticcio ed emaciato, sono sicuro che nessuno voglia dispiacerlo non comprando almeno una o due sue opere... potrebbe essegli fatale...

1 commento:

Anonimo ha detto...

Di lame corte e lunghe, d’affetto e chiacchiere, d’un viaggio e del mio abbisognar d’esso, e di cose che s’ innescano col ritornare.


Un fine settimana, quello tra fine novembre e inizio dicembre: il ponte dell’immacolata.
E’ venerdì verso la mezza e mi metto in viaggio. Arriverò a destinazione verso le 20,00 meta da raggiungere: Porto d’Ascoli e la sede del Dao, il dojo di Valerio.
Ho rimandato a lungo questo viaggio, tergiversando, aspettando “momenti più propizi”, o “l’occasione giusta”, e anche in questa, di occasione, avrei avuto motivi per rimandare: i miei compagni di viaggio non hanno potuto intraprendere l’impresa all’ultimo, il mio ginocchio faceva i capricci, il mio umore era altalenante con tendenze alla bassa pressione, molti allievi di Valerio erano malati e quindi le occasioni di scambio sarebbero state più limitate, ecc… Ci sono sempre dei motivi, anche validi e ragionevoli, per non fare le cose, per non tentare qualcosa di nuovo.
Stavolta ho deciso di ignorare la ragionevolezza in favore del desiderio e dell’entusiasmo: partire insomma, ed è stato molto meglio così…

…Ecco, a questo punto avevo in mente di scrivere della mia pratica nella sede del Dao, del ritrovare con piacere l’uso del macete ed il camminare in circolo, del seminario di spada e coltello, dei tagli fatti col buio, tra gli ulivi, riparandoci in fretta da sporadiche pioggerelline che comunque ci hanno lasciato lavorare, ecc…Quante altre cose ci sarebbero da infilare in un elenco sistematico di quanto fatto, e provato e pensato: le bottigliette di plastica invulnerabili alle nostre lame, gli scherzi, i tentativi di spegnere candele col bokken, piccole ustioni da cera fusa volante,... Solo che tutto ora si mescola, se non nel ricordo nell’emozione di esso; l’esperienza umana, emotiva, tanto strettamente intrecciata a quella marziale da non potere essere pensata come cosa separata, a se stante, non senza offrire una cronaca mutilata ed artefatta dell’ accaduto e del provato almeno.
E cosi ripensando a quei giorni, che pian piano si fan lontani, la prima cosa che ricordo sono le lunghe chiacchierate con Valerio, il mangiare insieme cose buonissime, le nostre colazioni al “Mimosa”, il sole che entrava in pedana al mattino, dove mi stravaccavo a leggere, sonnecchiare, pensare ed attendere la gioiosa irruzione di Valerio. Penso al lusso di cui ho goduto, perché quando mai mi capita l’occasione di passare del tempo con lui “attorno” alla pratica in pedana, con tale abbondanza di minuti ed ore da potersi gustare un silenzio, un viaggio in auto ascoltando Jannacci, la visita alla sua nuova casa, il giocare coi suoi figli, il mangiare e scherzare con essi, il sorriso di Valerio, bellissimo anche quando non raggiunge gli occhi… Penso semplicemente a quanto sono stato bene nell’essere dove ero, e alla ricchezza del trovarmi accolto in luoghi e momenti cosi distanti da quelli che sono abituato a pensar come miei; e penso alla gioia che questo mi ha dato, al mio trovarmi bene, accolto e a casa, nel suo spazio, anche emotivo, nel suo dojo, nel suo gruppo di allievi con cui la relazione è andata stringendosi sempre più dai giorni della mia visita, fino a farmeli sentir davvero come prossimi al mio cuore, sia come affetti che come “fratelli nell’arte”.
Curioso poi il notare la specularità fisica del dojo sanbenedettino rispetto al dojo centrale milanese: uno è posto in alto ove l’altro è interrato, uno è luminoso ove l’altro è oscuro, uno è ricco di presenze femminili ove l’altro è prevalentemente a frequentazione maschile…Eppure son cose che ho notato solo dopo, a posteriori, la prima impressione , per me praticante znkr, nell’entrare nella tana di Valerio è stata di familiarità ,nel senso più esteso del termine. Grazie dunque Valerio, per la tua accoglienza, per quello che hai saputo costruire, come persona e come sensei, e per avermi offerto l’occasione di esser con te e il meraviglioso gruppo che hai saputo creare, tanto più in un momento in cui di accoglienza avevo molto bisogno.
Ecco, forse ora, dopo una dichiarazione d’amore e gratitudine incondizionata per il molto che ho ricevuto , forse ora ho dentro lo spazio sufficiente a parlare di lame e pratica dell’arte sul filo dell’acciaio, in punta di cuore.


La pratica d’armi sotto la guida di Valerio è stata sorprendente, non tanto per le sue modalità, anche se in effetti era la prima volta che mi cimentavo con il taglio della carta usando il bokken, o con l’uso della fiamma di una candela come bersaglio, è stata sorprendente perchè forse per la prima volta ho affrontato la pratica armata in relativa tranquillità e con un piacere di fare le cose che, per una volta, prevaleva sulla paura di fronte alla lama.
Me la sono goduta insomma, tanto che, nel godimento, non sono stato lì ad analizzare quel che provavo, pensavo fosse più che altro dovuto a fattori ambientali, al benessere ed alla novità che soverchiavano le mie sensazioni più abituali, e certo essi hanno contribuito alle mie nuove sensazioni.
Una volta risalito a Milano, è stato quindi ancor più sorprendente essere di nuovo visitato da sensazioni analoghe, soprattutto inerenti la pratica della spada.
Ora, l’avere una spada affilata in mano, il lavorar con essa insieme ad altre persone ugualmente armate, ha per me fino ad ora a che fare con la paura di essere tagliato, aperto… che trovarmi sotto una lama che cala verso di me, che invade il mio spazio, mi da un’ idea ben più esiziale dei danni che potrei subire rispetto al consueto rischio di “manate in faccia”; e il fatto che in genere cali “lenterrima”, spesso vuol dire solo che ho più tempo da investire nell’essere inquieto (anziché nel togliermi di mezzo…ci son volte che mangio pane e volpe non c’è che dire).
Altra sensazione che associavo alla spada (e tutt’altro che estranea al coltello, o alla pratica disarmata), era il non voler colpire-tagliare-fendere lo spazio dell’altro, il non voler raggiungere ad attraversare questo spazio,
il rifiutare la responsabilità del danno inflitto, dello scegliere di infligger danno, del fare una cosa positiva per mè a costo di arrecare dolore(taglio per non essere tagliato, colpisco per non essere colpito). Estendendo il discorso, non è un caso a mio avviso che tanto spesso mi sono fatto male a mani o gambe, nel colpire un compagno in allenamento, anche recentemente e anche in situazione controllata. Come a dire che nel momento di entrare sul serio in contatto con la sfera, la bolla, lo spazio altrui, l’altrui intimità, all’ultimo mi rattrappisco, mi rannicchio rifiutando il contatto, facendomi male.
Come se all’ultimo, a movimento ormai lanciato, superata la soglia del : “non è più possibile tornare indietro”, io mi tirassi indietro lo stesso, rifiutassi la mia stessa decisione e arrivassi a contatto “ammollandomi” anziché con piccola contrazione finale (e si che a vuoto, quando non devo interagire con nessuno la cosa funziona diversamente, eccheccaz…!). O come dire, per tornare alla spada, che anche quando riesco ad estrarre e “tagliare” con un minimo di scioltezza, quando c’è qualcun altro con cui interagire, quando il bersaglio respira e sogna e prova e trasmette emozioni e intenzioni, ecco che mi trovo sempre “fuori dal taglio”, malamente posizionato e direzionato rispetto allo scopo del tagliare, del : “scelgo di toglierti la vita per essere io quello che continuerà a respirare, amare, sognare, vivere…e accetto la trasformazione che questo comporterà in me, lo svegliarmi tutte le mattine sapendo di avere preso una determinata decisione e l’andare avanti col proprio vivere con questa consapevolezza”.
Certo è difficile poi, preservare la propria immagine mentale di Bravo Bimbo, di cucciolo bisognoso d’ affetto che in quanto tale riceve un sacco di coccole e, in fondo, nulla ha da dare in cambio se non la propria spontanea affettività, cioè qualcosa che visto che c’è non è che costi cosi tanto a elargirsi in giro… e allora ecco che molto spesso mi trovo fuori dal colpire e dal tagliare, che ancora una volta scelgo di non scegliere, rifiuto la responsabilità dei miei atti e in definitiva del mio vivere, che la spada non concede spazio neanche simbolico al tergiversare: tagli o sei tagliato, vivi o muori.
Il chiamarmi fuori dall’ atto del tagliare come rifiuto dei miei processi decisionali, peccato che quando c’è anche qualcun altro, posto di fronte ad una necessità equivalente di scegliere, egualmente armato magari, questa cosa dello “scelgo di non scegliere non è che funzioni un gran che bene”.
Ma la mia digressione è stata fin troppo lunga.



Ricapitolando e semplificando si può dire che per me la pratica armata era, fino a prima del mio scendere a Porto d’ Ascoli, legato al confronto anche brutale con emozioni e sensazioni, che difficilmente rientravano nella categoria del piacevole, non ultima quella di essere assolutamente “impedito” nel maneggio di un pezzaccio di ferro troppo lungo e curvo e pesante, e che oltretutto taglia pure.
La mia aspettativa era, una volta rientrato nei miei luoghi abituali di vita nella pratica, di ritrovare anche le sensazioni che mi erano più abituali. E invece no: riprendo in mano la spada, e in misura minore il coltello, e mi ritrovo a provar piacere (non solo il piacere, via) di muover corpo e acciaio. “E allora?”, direte voi, “Era il caso di farla tanto lunga per dire che hai preso qualcosa di bello e positivo dal tuo viaggiare e sostare in altri luoghi? Dov’è il punto?”.
Il punto è che io questo piacere, in cui pur mi trovo a crogiolarmi e che mi nutre, sotto sotto faccio una gran fatica ad accettarlo, che anche le tenerezze possono esser affilate e mettere in crisi.
La prima volta che ho notato la cosa mi sono sentito privato di qualcosa, ritenevo che la saltuaria scomparsa di brutte sensazioni indicasse la perdita di una forma di intensità: non soffro abbastanza, e quindi non sono abbastanza concentrato, non pratico bene.
Dov’ erano finite le solite, confortevoli sgradevolezze? E ora che non sempre potevo accamparmi la scusa di una paura soverchiante? E ora che non avevo più sottomano il comodo alibi di una goffaggine ad oltranza?E mi trovavo COMUNQUE ad essere “fuori dal tagliare”, a muovermi in maniera non meno inefficace ma indiscutibilmente mia, che faccio ora che so-sento queste cose? O ancora, tanto per arrivare a domande più generali ma non meno scomode, quanto mi trovo bene nel provare cose sgradevoli? Cose sgradevoli che conosco, abituali, che in fondo la merda è bella calduccia e questo è un inverno freddo freddo, intendo. Com’è che ad una sensazione di benessere, ho immediatamente reagito come fosse un pericolo, una perdita di qualcosa, di un pezzo di me? Quanto ho lavorato in realtà per restare nei limiti confortanti che mi ero immaginato? Quanto sono aggrappato ad identità, immagini di mè, maschere, modi d’essere che pratico perché mi sono consueti, anche se magari mi vanno stretti, non sono più io? Quanto sono riottoso al cambiamento e/o non capace di gestirlo? Quanto ho paura di essere-provare qualcosa di nuovo, che la possibilità di stare bene in modo diverso dal precedentemente pensato inquieta più i malanni cui si è più o meno fatto il callo?



Uff!!! Tante domande, neanche tutte quelle che potrei farmi in effetti. Domande fattesi un po’ più presenti all’ attenzione e spigolose nel necessitar risposte…
Ecco se penso al mio andare a S.Benedetto, penso anche all’ inizio di tutto questo: al farsi meno teorico di certe domande, al presentarsene di nuove, o di vecchie bellamente ignorate per un sacco di tempo.
Penso all’incipit di un piccolo cambiamento che pur poco alla volta mi ha portato… Nel bel mezzo di un casino che non ho ancora ben capito cosa stà succedendo o come potrebbe svilupparsi la situazione…Cazzarola! Che al momento tra gioie di cui non mi fido e doloretti che si fanno sdruciti, la sensazione con la spada in mano, forse non solo con essa è quella di non esser né carne né pesce.
Tuttavia tempo fa un signore dai baffi interessanti, teorizzò che il casino può partorire stelle danzanti, si, avete capito quale, quello là che le cose che non lo accoppavano lo rendevano più forte, tipo Wolverine ma coi baffoni al posto delle basette e senza unghie retrattili., lui insomma. che magari era un vecchio babbione da manicomio ma, insomma, questa cosa delle stelle ballerine potrebbe pure funzionare, tanto più che se nel casino ci sono gia immerso, non è che ciò che lo agita scomparirà perché me ne sto chiuso nel mio baccello e faccio finta che tutto intorno a me, e dentro di me vada secondo copione. Stà a vedere che il caos è la pista da ballo di cui parlava il vecchio baffone, e a me sembra un casino perché mi ostino a volerci prendere il thè delle cinque con le amiche?
Al momento non ho ben idea di dove mi trovo, o di quali risposte darò alle mie domande, anche a quelle che sembrano retoriche, ma mi sa che l’unica cosa sensata da fare è posare la teiera, alzare il culo dalla sedia finto rococò che mi ostino a trascinarmi dietro in discoteca, e provare a vedere dove mi porta la musica. Magari a delle stelle danzanti.
Un grazie ancora a Valerio per essere la bella persona e il catalizzatore di energie che è.
“Fletto i muscoli e sono nel vuoto”*

Celso Maffi


*RAT_MAN, supereroe dotato di pochi talenti e molta ottusa pertinacia.